L’Italia non ha soltanto un problema con le proprie aree interne. Ha un problema con se stessa, con la propria capacità di continuare a essere un Paese abitabile, attraversabile, riconoscibile. Per anni abbiamo raccontato lo spopolamento dei paesi, il declino dell’Appennino, l’abbandono delle montagne e delle campagne come fenomeni indipendenti dalla crisi delle grandi città. Oggi appare invece evidente che siamo di fronte ad una unica grande questione nazionale: la crisi dell’abitare. Nelle aree interne abitare diventa difficile perché mancano lavoro, servizi, scuole, trasporti, presidi sanitari. Nei territori più fragili si chiudono le scuole, si allungano i tempi per raggiungere un ospedale, si indeboliscono i collegamenti, manca la forza di adattare i territori alla crisi climatica. Restare diventa così un esercizio quotidiano di resistenza. Nelle metropoli e nelle città ad alta pressione abitativa accade il contrario, ma il risultato è sorprendentemente simile. I servizi ci sono, spesso anche il lavoro, ma abitare è sempre più difficile.
di Elena Granata (Avvenire.it)
Metropoli espulsive e aree interne svuotate aprono una frattura territoriale che rende sempre più difficile abitare il Paese. Un programma di scambio tra studenti potrebbe ricostruire conoscenza reciproca e coesione nazionale.
Gli affitti brevi contendono le case alla residenza stabile, la finanziarizzazione trasforma l’abitazione in mero investimento, i prezzi crescono più rapidamente dei salari. Giovani coppie, studenti, lavoratori vengono espulsi dai quartieri e spesso dalle città stesse. Milano, Roma, Firenze o Bologna, ma anche Napoli e Bari, sono diventate difficili per chiunque non possieda un patrimonio familiare alle spalle che lo protegga. Il costo della casa incide ormai in maniera così pesante sulla vita quotidiana da rendere fragile ogni progetto di futuro, soprattutto per i più giovani. Da una parte territori che si svuotano, dall’altra città che escludono. In mezzo, lo stesso diritto negato: quello di continuare ad abitare dignitosamente i luoghi della propria vita.
Il diritto alla casa rappresenta oggi una delle fratture più profonde e «non si tratta solo di una questione immobiliare, ma di un nodo strutturale che interroga la tenuta democratica e la possibilità stessa di cittadinanza per le nuove generazioni. Ci troviamo di fronte a un’Italia a due velocità, dove il mercato non riesce a mediare tra due eccessi opposti: da una parte la congestione escludente delle grandi città, dall’altra il vuoto rassegnato delle aree interne e dei piccoli centri», come osserva Salvatore Bimonte (Give Back giovani aree interne). Leggere questa doppia distorsione è necessario se vogliamo comprendere davvero la “questione delle aree interne”. Quei territori non rappresentano un’inesorabile anomalia, ma lo specchio del modello di sviluppo costruito negli ultimi decenni: un modello che concentra opportunità, investimenti e servizi in pochi poli forti e lascia il resto del Paese in una condizione di progressiva marginalità.
L’abbandono, infatti, non è mai, solo, un destino naturale; è spesso il risultato di precise scelte politiche, economiche e infrastrutturali. La chiamerei fabbrica dell’abbandono: un processo lento e sistematico in cui un territorio perde servizi, trasporti, scuole, lavoro, fino a diventare fragile, vulnerabile, disponibile. Disponibile alla svendita, alla rendita, ai capitali finanziari interessati a rilevare il patrimonio immobiliare di pregio disseminato anche nelle aree interne. Accade nelle montagne trasformate in monoculture turistiche o energetiche; accade nei centri storici piegati alla rendita turistica; accade nei quartieri urbani dove le case cessano di essere luoghi di vita e diventano semplici asset finanziari.
C’è poi un dato meno visibile e aggravante che ritengo fondamentale per comprendere la frattura italiana: la scarsa mobilità interna e, soprattutto, la scarsa conoscenza dell’Italia di se stessa. L’indagine Istat (2025) sui viaggi e le vacanze delle famiglie mostra che gli italiani viaggiano molto meno di quanto si pensi e, soprattutto, lo fanno in modo concentrato e poco esplorativo, polarizzandosi attorno a pochi poli turistici, mentre vaste parti del Paese restano escluse dagli itinerari della conoscenza e dell’esperienza. Quando si viaggia, inoltre, si tende sempre più a uscire dai confini nazionali. Le destinazioni più frequenti, soprattutto tra i giovani, coincidono con lo spazio europeo delle città “low cost” e delle grandi capitali culturali: Barcellona, Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam, Atene.
È uno spazio di mobilità rapido, accessibile, continuo, che rende più semplice attraversare l’Europa che attraversare l’Italia. La mobilità dei giovani italiani assume sempre più la forma dell’espatrio stabile o semi-stabile, più che quella di una conoscenza diffusa del territorio nazionale. I giovani italiani si muovono più nello spazio urbano europeo che nello spazio interno della penisola. Viaggiano facilmente tra città globali, ma molto meno tra città e territori italiani. In assenza di una mobilità interna diffusa e accessibile cresce così un’Italia reciprocamente sconosciuta. Un Paese che non si incontra, non si attraversa, non si racconta. E se non ci si conosce, diventa difficile persino immaginarsi come comunità nazionale.
Se il problema italiano è diventato anche una reciproca estraneità territoriale, allora serve una politica dell’incontro. Per questo l’Italia avrebbe bisogno di un vero “Erasmus nazionale” dei liceali e dei giovani: un grande programma di scambio tra territori, capace di mettere in relazione studenti delle metropoli con le aree interne, ragazzi del Nord con i piccoli comuni del Sud, esperienze di vita condivisa tra città e montagne, tra coste e Appennini. Prima ancora dell’Erasmus europeo, che tutti conosciamo, dovremmo reimparare l’Italia in un percorso di crescita culturale delle scuole superiori. Perché non si ama un Paese che non si conosce. E la coesione territoriale non nasce dai decreti o dalle retoriche identitarie, ma dall’esperienza reale e fisica dell’incontro. La sfida dei prossimi anni riguarda l’idea stessa di Italia e la sua abitabilità. Ricomporre la frattura tra le metropoli incapaci di accogliere e i paesi abbandonati significa ricostruire il senso di una comunità che si conosce e riconosce.







